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16 Giugno 2008
Sudan, truppe congiunte ad Abyei
Inizia oggi nell'area di Abyei il dispiegamento delle nuove truppe congiunte Saf-Spla, che dovranno garantire la sicurezza nella regione contesa.
12 Giugno 2008
Eritrea-Gibuti, scontri al confine?
Sarebbero ormai 9, secondo quanto riferito da fonti gibutine, i militari di Gibuti morti negli scontri con l'esercito eritreo al confine tra i due paesi. Scontri che però Asmara smentisce.
10 Giugno 2008
Somalia, tregua governo-opposizione
Il governo di transizione somalo (Tfg) e la principale formazione dell’opposizione hanno firmato una tregua, che prevede il ritiro delle truppe etiopiche entro 120 giorni. Ma non tutti sostengono l’accordo.
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04 Giugno 2008
"Tradizioni e modernità in Africa" a Milano
Alla Libreria Azalai di Milano, il 4 giugno alle ore 18.30 sarà presentato il volume "Tradizioni e modernità in Africa", a cura di Valerio Bini e Martina Vitale. Ad animare il dibattito, Jean-Léonard Touadi, Raffaele Masto e Giorgio Botta. Per maggiori informazioni, clicca qui
30 Maggio 2008
Darfur, il dossier di Mwinda si arricchisce
Il dossier "Darfur, la pace bloccata" è stato arricchito oggi dall'analisi, firmata da Giorgio Musso, del fallito attacco del Jem alla capitale sudanese Khartoum, lo scorso 10 maggio. Leggi
26 Maggio 2008
"Lo specchio africano" a Torino
Un ciclo di conferenze organizzato dal Dipartimento di Studi politici dell'Università di Torino per capire, attraverso le tematiche dell'identità, dello sviluppo e della violenza, quanto l'immagine che si ha dell'Africa sia vicina alla realtà e quanto dia un'immagine riflessa. Il 7, il 22 e il 26 maggio, ore 16.30. Per il programma completo, clicca qui
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18 dicembre 2007

Etiopia-Eritrea, la frontiera che scotta


Dallo scoppio del conflitto nel 1998, il confine tra Etiopia ed Eritrea è diventato fonte di scontro, armato e non, tra i due paesi del Corno d’Africa. I lavori della Commissione confinaria, prevista dal trattato di pace che ha posto fine alla guerra nel 2000, non hanno risolto la questione. La tensione tra i due paesi, simbolicamente focalizzata sul villaggio di Badme, rimane altissima. Con il rischio che scoppi una nuova guerra.
Emilio Manfredi

Rullano i tamburi di guerra sulla frontiera tra Etiopia ed Eritrea. A sette anni dalla fine del conflitto tra i due Paesi, che ha causato almeno centomila morti e un numero imprecisato di sfollati, non cessa la politica aggressiva tra i due governi del Corno d’Africa. Di fatto, la tensione tra i due Paesi resta altissima: la discussa linea di confine che divide i due Paesi – un’unica nazione sino al 1993 – ancora non è stata demarcata ed entrambi gli schieramenti mantengono un impressionante dispiegamento di truppe lungo i 1000 chilometri di frontiera comune. Negli ultimi mesi questa crescita ha raggiunto proporzioni allarmanti, sino a suscitare forte preoccupazione nella comunità internazionale per una possibile ripresa delle ostilità.
La tensione degli ultimi mesi non nasce dal nulla, ma va ricercata nelle divergenti ambizioni di egemonia geopolitica ed economica nel Corno d’Africa, nonché nell’attenzione internazionale solo sporadica nei confronti di una crisi ormai duratura e incistata che, se non risolta una volta per tutte, continuerà a impedire la stabilizzazione e la democratizzazione dell’intera regione, già sconvolta dalla guerra civile somala che perdura ormai da 17 anni. Le due crisi, peraltro, sembrano avere collegamenti, politici e militari, ormai inestricabili. Il risultato vede l’intera regione del Corno d’Africa sempre più lontano da una reale stabilità politica.

Il confine, geografia e incubo

Badme è un piccolo villaggio, pietroso e polveroso, situato sulla linea di frontiera tra Etiopia e Eritrea. Tutta la zona attorno al villaggio conta una popolazione che non supera le cinquemila persone. L’area non presenta risorsa alcuna, né di tipo agricolo né del sottosuolo. Dunque, terre poco popolate, prive di risorse e piene di pietre.
A partire dal 1998 però, Badme è diventato il simbolo della diatriba frontaliera tra Asmara e Addis Abeba, una questione apparentemente irrisolvibile sulla via della pacificazione dei due Paesi e dell’intero Corno d’Africa. Proprio in quell’anno, infatti, la luna di miele tra Etiopia ed Eritrea è terminata bruscamente. Mentre la tensione saliva alle stelle, una serie di scaramucce tra i due eserciti scatenava la guerra. A causare il conflitto, secondo i due governi, sarebbero state le divergenze circa la demarcazione della linea di confine. Sconfitto Menghistu, i gruppi ribelli, affratellati dalla lotta e travolti dall’entusiasmo per la presa del potere, non si erano infatti preoccupati di definire esattamente la frontiera, specie nella regione arida attorno a Badme.
Ma non appena i rapporti si fecero tesi, Afewerki si affrettò a invocare a favore dell’Eritrea i confini coloniali stabiliti nel 1902 tra il governo coloniale italiano e l’imperatore etiope Menelik II. Di rimando Zenawi sostenne (come in fondo sostiene tuttora) che il confine andasse stabilito sulla base dello status quo del 1993: Badme era dunque in Etiopia.
In realtà, la bagarre per il possesso di questi territori nascondeva ragioni diverse: meno irredentismo, più politica ed economia. Badme si pronuncia Assab. L’Etiopia, dall’indipendenza eritrea, soffre del mancato sbocco a mare. La dipendenza dalla collaborazione eritrea era totale: quando questa, nel novembre del 1997, iniziò a vacillare, tutto il sistema sì rivelò un’enorme castello di carte.
Asmara introdusse infatti una propria moneta, il nakfa, a sostituzione del birr etiope. Una cesura rispetto alla tradizione, che generava forti dissidi economici. Terminava l’unione monetaria, dando adito a forti divergenze di vedute tra i due paesi sul tasso di cambio a cui andava sottoposta la nuova divisa eritrea. Le pesanti richieste economiche di Asmara (come il pagamento dei dazi portuali in dollari), portarono alla rottura commerciale. Il confine fu l’occasione per regolare i conti e per mettere a tacere crescenti problemi di dissenso interni e di proteste per la mancata democratizzazione di entrambi i regimi.
Il forte nazionalismo mandò i giovani al fronte, distraendoli da problemi di governance sempre più evidenti. Fu un logorante conflitto di posizione, una guerra di trincea d’altri tempi, lunga più di due anni, che causò la morte di almeno centomila persone. Altrettanti furono gli sfollati e molti terreni una volta coltivati risultarono inutilizzabili a causa della forte presenza di mine antiuomo. Le economie di due tra i paesi più poveri del mondo, in faticosa ripresa, si ritrovarono in ginocchio alla fine della guerra.
Il 18 giugno del 2000, quando l’indipendenza eritrea pareva minacciata dall’esercito etiope in avanzata attestato a soli 40 chilometri dalla capitale Asmara, si giunse alla firma degli Accordi per la cessazione delle ostilità, in seguito incorporati nel più ampio trattato di pace di Algeri, siglato il 12 dicembre 2000, che pose fine alla mattanza.
Nell’aprile del 2001 venne creata, all’interno del territorio eritreo, una zona-cuscinetto demilitarizzata (Tsz, Temporary security zone) di 25 chilometri per separare le forze ostili e si decise di inviare peacekeepers dell’Onu (Unmee, United Nations mission to Ethiopia and Eritrea). Lo scopo era quello di tenere i due eserciti fuori dal tiro dell’artiglieria nemica.
Fu la ratifica di un sostanziale nulla di fatto. Venne creata un’apposita Commissione confinaria internazionale (Eebc, Ethiopia and Eritrea boundary Commission) incaricata di dirimere la controversia, il cui mandato prevedeva di “delimitare il confine sulla base dei pertinenti trattati coloniali del 1900, 1902 e 1908 e della legge internazionale vigente in materia”. I due paesi si accordarono per considerare la decisione della Commissione come finale e vincolante. Nell’aprile del 2002, la Commissione deliberò, delimitando il confine sulle mappe e avocando il villaggio di Badme all’Eritrea.
Nonostante la decisione della commissione internazionale, e nonostante avesse avuto la meglio su molti altri aspetti della contesa, l’Etiopia ha da allora di fatto bloccato la demarcazione del confine sul terreno, mentre l’Eritrea ha continuato a chiedere alla comunità internazionale di premere perché ciò accadesse senza ulteriori discussioni e ritardi.
Di fatto da allora si è a un punto morto e il casus belli resta lì: Badme è tuttora controllata dall’Etiopia e i rapporti tra Eritrea e Etiopia permangono tesissimi. Non vi sono rapporti ufficiali diretti tra i due paesi e secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, “c’è il serio rischio che un incidente porti a un confronto militare”.
Se ciascuno dei due governi insiste nell’affermare che non darà il via al conflitto, a sentire diplomatici ed esperti che gravitano tra le due capitali, le scaramucce verbali tra i leader dei due paesi alimentano il fuoco che cova sotto la cenere. Il dispiegamento di truppe sui due versanti del confine, cresciuto esponenzialmente negli ultimi mesi, non fa altro che aumentare le preoccupazioni. Secondo stime dell’intelligence statunitense, l’Eritrea avrebbe posizionato al momento almeno quattromila soldati, supportati da artiglieria e mezzi blindati, all’interno della Tsz (che dovrebbe essere totalmente demilitarizzata) e manterrebbe altri centoventimila uomini lungo la linea di confine. Di rimando, l’Etiopia avrebbe almeno centomila militari schierati lungo il suo lato della frontiera.
Di fatto, la profonda natura della stessa zona-cuscinetto pare ormai totalmente cancellata, se è vero quanto affermato dal Ministro degli affari esteri etiope, Seyoum Mesfin, che sostiene che i due eserciti, in alcune località, siano separati da una distanza non superiore ai 70, 80 metri.
Secondo alcune analisi pessimistiche, si corre verso una resa dei conti pericolosa e sanguinaria. Alcuni analisti sospettano che l’Etiopia, decisamente più popolosa e più forte militarmente, stia immaginando di cacciare il governo eritreo rivale fintanto che l’amministrazione Bush, suo stretto alleato, è ancora al potere (gli inizi del 2009). Di rimando, altre analisi sostengono che il presidente eritreo Isaias Afwerki, pur avendo molto più da rischiare scatenando una guerra, potrebbe convincersi a lanciare un attacco “difensivo” contro l’Etiopia a causa del suo crescente isolamento dalla comunità internazionale.
In entrambe le capitali si è temuto molto che la guerra potesse scatenarsi prima della fine dello scorso novembre, quando la Commissione incaricata di demarcare la frontiera aveva previsto di dichiarare ultimati i propri lavori, senza peraltro riuscire a porre fisicamente sul terreno i pilastri demarcanti il confine.
Dopo 7 anni di mediazioni fallite, il solo obiettivo dei due governi rivali sembra il rovesciamento del governo alla guida del paese nemico, anche nel tentativo di proteggere il proprio potere all’interno e di distrarre l’attenzione dalle ripetute accuse – locali ed internazionali – di violazioni ed abusi dei diritti umani e politici.

La guerra per procura in Somalia

Lo stallo nel confronto frontaliero tra Etiopia ed Eritrea ha peraltro provocato, negli ultimi due anni, un’espansione a macchia d’olio delle divergenze tra i due governi sulle politiche regionali, portando a quello che l’International Crisis Group ha chiamato “il grande gioco” nel Corno d’Africa (1). Non potendo confrontarsi direttamente sul confine condiviso, Etiopia ed Eritrea hanno preso posizioni radicalmente divergenti riguardo alle scelte di stabilità regionale. Oltre a dare man forte alle rispettive opposizioni, i due paesi sono giunti a darsi battaglia per procura su un terreno di conflitto molto vicino e cruento: la Somalia.
L’Eritrea ha sostenuto politicamente e militarmente l’ascesa al potere dell’Unione delle Corti Islamiche (Uci) nella capitale somala Mogadiscio prima (giugno 2006) e in larga parte del paese poi, mentre il governo di Zenawi ha dato supporto al governo federale di transizione somalo (Tfg), sino all’invasione della Somalia da parte dell’armata etiopica, avvenuta alla fine del dicembre 2006 col supporto militare e logistico di diversi signori della guerra precedentemente sconfitti dalle Corti islamiche.
Il tutto si è concretato in una guerra per procura, combattuta in parte direttamente (esercito etiope) in parte con supporto logistico e rifornimenti di armi ai miliziani islamisti (Eritrea, soprattutto nei confronti dell’ala militare giovanile dell’Uci, lo Shabab). Il tutto ha portato non solo alla contravvenzione all’embargo sulle armi in Somalia imposto anni addietro dalle Nazioni Unite, ma a un ulteriore deterioramento delle condizioni di sicurezza a Mogadiscio e in tutta la Somalia, che ormai vive una catastrofe umanitaria permanente di cui difficilmente si vede l’uscita.
Mentre Addis Abeba sostiene il Tfg somalo e mantiene la sua presenza militare nel paese pur senza riuscire a pacificarlo, Asmara continua a rifornire di armi gli insorti anti-Tfg e anti-Etiopia e da mesi ospita una grossa fetta dell’opposizione somala. Lo scorso settembre, una conferenza di oltre 300 delegati, che includeva vari transfughi del governo provvisorio e figure di spicco delle Corti islamiche (Sheikh Hasan Dayr Aweys, Sheikh Sharif Sheikh Ahmed) si sono riuniti nella capitale eritrea, organizzandosi nell’Alleanza per la liberazione della Somalia. Punti principali della piattaforma, la rimozione del governo provvisorio somalo, tramite negoziazioni o con l’uso della forza, e il ritiro immediato delle truppe etiopiche.

Le prospettive del conflitto per i territori di frontiera

L’Eritrea, dopo la decisione della Commissione confinaria, ha la ragione dalla propria parte, ma si è mossa sempre in maniera piuttosto avventata nei rapporti con la comunità internazionale, sino ad alienarsi anche le simpatie di molti dei suoi sostenitori, compresi diversi paesi occidentali e l’Onu, irritati per le limitazioni al movimento del proprio personale diplomatico, umanitario o militare.
Di rimando, pur rifiutando di implementare le decisioni della Commissione, il governo etiopico ha saputo gestire la propria posizione in maniera accorta. Ha utilizzato la propria supremazia regionale, politica, demografica e militare, per ingraziarsi le simpatie dell’attuale amministrazione statunitense, di cui è divenuta uno dei principali alleati (se non il principale) nell’intero continente africano. Grazie a una accorta gestione mediatici della propria immagine, Zenawi ha saputo costruire una catena di consensi internazionali attorno a sé, riuscendo così a mantenere limitate le critiche anche dopo la repressione della protesta post-elettorale del 2005 e dopo l’intervento militare in Somalia del 2006. A sentire l’International Crisis Group, non sarebbe sorprendente se un tentativo di colpo di stato ad Asmara, o l’uso della forza dell’Etiopia contro il governo eritreo, non suscitasse grandi risentimenti da parte dell’amministrazione Bush.
Ad ogni modo, la situazione di estrema tensione tra i due Paesi, anche se non dovesse sfociare in un conflitto armato, non pare presentare facili soluzioni all’orizzonte. In teoria, l’Etiopia non ha altra soluzione che quella di accettare in toto le decisioni della Commissione dell’aprile 2002 e di cooperare per la loro implementazione tramite un rapido ritiro delle proprie forze armate dalla zona di Badme.
Di contro l’Eritrea dovrebbe muovere le proprie truppe fuori dalla zona demilitarizzata e permettere ai peacekeepers dell’Unmee piena libertà di movimento e monitoraggio, come peraltro deciso nell’incontro tra i membri della Commissione e i rappresentanti legali dei due paesi nell’ultima riunione svoltasi all’Aja agli inizi di settembre di quest’anno.
Ma nessuna di queste due misure sembra avere possibilità di essere attuata allo stato attuale delle cose. Per entrambi i paesi, dopo due anni di sanguinoso conflitto e sette di inimicizia reciproca, la sovranità sull’area di Badme è fondamentale e ogni giorno di più assume contorni simbolici imprescindibili. Cedere il controllo del villaggio significherebbe permettere al nemico di potersi dichiarare vincitore e creerebbe immediatamente una crisi politica interna, con le parti radicali delle elite al potere pronte a dare addosso ai propri capi di governo in caso di debolezza.
Zenawi ha chiarito la posizione del proprio governo circa la soluzione del problema di Badme una prima volta nell’ottobre del 2003 e ha sempre sostenuto la propria linea negli anni a seguire. Anzitutto, il primo ministro etiope ha definito la decisione della Commissione confinaria né corretta né legale e contraria al mandato concessole dalla comunità internazionale. Affermando, come ha fatto, che alcuni membri della Commissione hanno avuto una posizione di parte nell’esprimere il loro giudizio (ovviamente a favore dell’Eritrea), di fatto Zenawi ha dichiarato che la Commissione diventava parte stessa del problema. Dopo aver ribadito che la questione frontaliera andava risolta pacificamente, il primo ministro ha chiarito che “l’unica maniera per sistemare il problema è tramite il dialogo”.
La posizione etiopica circa la soluzione della disputa è stata moderata, dalla fine di novembre del 2004, dalla cosiddetta “proposta dei cinque punti”. Sino all’ultimo incontro della Commissione per il confine, però, non si sono avuti cambiamenti fondamentali a riguardo. Zenawi, infatti, è sottoposto ad una forte pressione interna al paese (all’interno del suo stesso partito e del suo gruppo etnico), che rende ogni reale concessione difficile da adottare. In Etiopia ci sono pressioni affinché si prendano posizioni dure, risolutive, nei confronti dell’Eritrea. L’ex ministro della difesa, Siye Abraha, ha criticato Zenawi per aver fermato l’avanzata dell’esercito etiope che, alla fine della guerra 1998-2000, era in grado di spingersi sino a prendere il controllo del porto strategico di Assab (2).
Nel mese di novembre, in concomitanza con lo scadere del mandato della Commissione confinaria, è sembrato che molte di queste tensioni interne all’elite etiope circa il comportamento da tenere con l’Eritrea stessero riaffiorando e che Meles fosse sotto pressione dall’interno. Ma queste divergenze politiche interne al Tplf non vanno esagerate e alcune informazioni circolate circa le divergenze interne possono anche essere state funzionali a una trattativa con i diplomatici dei paesi occidentali alleati, per lasciare intendere che cedere sul discorso di Badme potrebbe comportare una crisi politica interna alla maggioranza, difficile da gestire.
Ciò ha fatto diminuire, ancora una volta, la pressione occidentale nell’insistere con Addis Abeba perché si decidesse a implementare gli accordi di Algeri e le decisioni della Commissione. Da parte statunitense, è ormai chiaro che l’amministrazione Bush vede l’Etiopia di Zenawi come un pilastro per la propria politica africana (3). Per la stabilità del regime di Meles questa alleanza è di straordinaria importanza ma, vista la prossima uscita di scena di Bush e l’incertezza circa le scelte di politica estera della nuova amministrazione, l’Etiopia si potrebbe convincere che una soluzione del problema eritreo mediante l’uso della forza vada messa in atto rapidamente, prima della fine del mandato di Bush.
Da parte eritrea, la posizione del governo di Asmara circa la disputa di frontiera è semplice: mettere in atto alla lettera le decisioni della Commissione, senza alcuna necessità di dialogo. Ogni tentativo di ridiscutere questa decisione è sempre stato respinto da Asmara. Dal punto di vista eritreo, infatti, la disputa territoriale tra i due paesi è stata risolta legalmente una volta per tutte, con una decisione finale e inappellabile. Le offerte di dialogo dell’Etiopia sono quindi fuori luogo. L’unica soluzione possibile rimane dunque l’implementazione della decisione finale e vincolante della Commissione per il confine.
Per il governo di Asmara, fare concessioni pare oramai quasi impossibile. Dietro alla durezza del governo eritreo, si possono individuare tre posizioni interconnesse:
a- l’abitudine dell’elite eritrea a combattere una guerra senza aiuti esterni, come durante la trentennale e vittoriosa guerra di liberazione dall’Etiopia;
b- l’immagine riflessa che Afwerki tende ad avere del suo paese come della potenza predominante nel Corno d’Africa, nonostante le ridotte dimensioni e la scarsa popolazione, anche perché ricorda di aver sostenuto il Tplf nella sua presa del potere in Etiopia;
c- la posizione di debolezza in cui si trova ora Asmara, che rende le concessioni sempre più difficili.
L’economia eritrea è in declino, mentre in Etiopia c’è una crescita dichiarata del 9% annuo. Inoltre, tra la popolazione eritrea c’è una reale percezione che l’Etiopia non abbia mai in fondo accettato l’indipendenza conquistato nel 1993, soprattutto in Tigray. Un parte dell’elite tigrè infatti sembra vedere l’indipendenza eritrea e il mancato accesso al mare come fattori che hanno messo in pericolo prima, e minato le basi poi, della forza politica e dello sviluppo economico dello stesso Tigray, riducendo le ambizioni per la creazione di un proprio stato Tigray indipendente.
Dunque la debolezza è diventata determinazione e le relazioni con la comunità internazionale sono diventate sempre più fragili, eccezion fatta per alcuni (pochi) Stati che hanno da sempre rapporti complicati con l’occidente: Iran, Libia, Sudan, paesi del Golfo Persico.
Lo stesso modo in cui la Tsz è stata creata, interamente all’interno del territorio eritreo e spesso ben più profonda dei previsti 25 chilometri, ha creato non pochi fastidi ad Asmara, che di fatto ha perso il controllo di un’area di venticinquemila chilometri quadrati. L’Eritrea ha accettato la Tsz come una misura temporanea per delimitare e demarcare il confine. Facendo rientrare le proprie truppe nell’area, il governo eritreo ha voluto rendere esplicita la propria insofferenza per l’ennesima, mancata soluzione al problema.

Conclusioni

La Commissione internazionale per la delimitazione e la demarcazione del confine etio-eritreo, ufficialmente, ha chiuso i propri lavori alla fine dello scorso mese di novembre, nel silenzio mediatico e diplomatico più totale. Come dichiarato dalla Commissione stessa nel novembre 2006, “poiché non si può continuare a lavorare per un tempo indefinito, se nel novembre 2007 non si sarà raggiunto alcun accordo per porre in essere la demarcazione fisica della frontiera, la Commissione determina che il confine verrà automaticamente in essere, come demarcato sulla carta, e il mandato della stessa Commissione potrà essere visto come concluso”.
L’ultimo incontro della Commissione con i rappresentanti dei due paesi, svoltosi all’Aja, nonostante le parole di disponibilità spese dai rappresentanti legali di Etiopia ed Eritrea, si è concluso in un nulla di fatto. Al momento, lo stallo si è tradotto anche in una sorta di “vuoto di potere” internazionale. La Commissione, pur avendo agito legalmente, di fatto ha fallito politicamente, a partire da una certa confusione iniziale sullo status di Badme, che ha lasciato margine ai due rivali (soprattutto all’Etiopia) per contestare la decisione finale.
L’Unmee ha visto una progressiva riduzione della sua capacità d’azione che, anziché essere contrastata da una decisa politica di mediazione con i due paesi da parte del Segretario Generale e degli Stati membri del Consiglio di Sicurezza, si è risolta in un sostanziale nulla di fatto che ha portato alla caduta nel dimenticatoio di questo conflitto latente che mina l’intera stabilità regionale da quasi dieci anni.
Non sapendo come gestire il ruolo dell’Unmee, si è preferito mantenere intatto il mandato della missione, riducendo però sempre di più il numero di truppe (ora 1688 per monitorare un confine lungo oltre 1000 chilometri). Di fatto, nella soluzione della disputa frontaliera tra i due paesi, il Consiglio di Sicurezza ha fallito. Negli accordi di cessazione delle ostilità del giugno 2000 si dichiara che la Tsz è inviolabile e che l’Etiopia è obbligata a ritirare le proprie truppe sulle posizioni precedenti al 6 maggio 1998, data dello scoppio della guerra. In caso di mancata applicazione degli accordi, si prevedevano sanzioni da parte della comunità internazionale, incluso l’uso della forza. Sanzioni che non sono mai nemmeno state prese in considerazione.
Di rimando, le grandi potenze internazionali (in particolare gli Usa) non paiono aver compiuto sforzi sufficienti per fare sì che le trattative tra i due Stati giungessero a una definitiva conclusione della disputa. Inoltre non sono stati garantiti aiuti internazionali in caso di soluzione concordata del conflitto, di riapertura delle normali comunicazioni diplomatiche e di un accordo commerciale che includa una regolamentazione dell’uso dei porti eritrei da parte etiope che favorisca lo sviluppo dei commerci e dell’economia di entrambi i paesi. Al contrario, pare si sia preferito mantenere in piedi una situazione di stallo, che altro non ha fatto che incistare la tensione e mantenere i due paesi sul piede di guerra, con un evidente contraccolpo sulle condizioni di vita delle popolazioni.
Resta ora da vedere se la comunità internazionale avrà il reale desiderio di favorire una de-escalation del conflitto, impedire lo scoppio della guerra e forzare la situazione per una conclusione pacifica e risolutiva dell’impasse. Di certo, sinché la disputa di frontiera tra Etiopia ed Eritrea non verrà risolta, e insieme non si sarà data soluzione agli interessi strategici, politici ed economici che le stanno dietro, l’intero Corno d’Africa non potrà sperare in alcuna forma di sostanziale stabilità.




(1) Cfr. International Crisis Group, Africa Briefing n.48, 5 novembre 2007, pag. 6. Il riferimento è alla rivalità e al conflitto strategico tra l’Impero britannico e quello russo per la supremazia nell’Asia centrale e il controllo dell’India, durante il XIX secolo.
(2) Siye Abraha è stato liberato alcuni mesi fa, dopo essere stato condannato a sei anni di prigione. Nelle file degli oltranzisti non va dimenticato l’ex presidente regionale del Tigray, Gebru Asrat, che dopo aver a lungo contestato la decisione di non aver preso il porto di Assab (“il possesso di quel porto è un diritto storico e legale per l’Etiopia”), ha ora dato vita a un nuovo partito di ispirazione tigrè, per dare battaglia al Tplf nelle prossime elezioni regionale, previste nel 2008.
(3) La decisione, ancora ufficiosa, di aprire importanti basi di Africom, il comando militare statunitense in Africa, in Etiopia e le parole spese da Condoleeza Rice e Jenday Frazer a ogni loro visita nella capitale etiopica non sono che la punta dell’iceberg della collaborazione.